giampaolo scacchi


PUBBLICATA IL 28/02/2019

Brexit incubo no deal: Giampaolo Scacchi sulle ultime da Londra

I mercati restano appesi a un filo e tutto dipende dai prossimi giorni

Articolo a cura di Giampaolo Scacchi

In mancanza di un accordo di recesso per la brexit, l’ipotesi dell’uscita della Gran Bretagna senza accordi dall’UE è sempre più probabile, anche se entro breve il Parlamento inglese dovrebbe votare un emendamento che respinga questa ipotesi. La premier britannica Theresa May ha proposto una sorta di percorso a tappe in vista della scadenza del 29 marzo.

Entro il 12 marzo, ha spiegato, il Parlamento dovrà tenere un altro voto significativo. Il 13 marzo se verrà bocciato, la premier chiederà un altro voto ai parlamentari che dovranno decidere se lasciare la Ue senza un accordo, il cosiddetto “no deal” temutissimo dai mercati. Ma se i parlamentari bocceranno anche questa opzione, indicando quindi che non vogliono uscire senza accordo, il 14 marzo ci sarà un terzo voto sulla possibilità di chiedere alla Ue una proroga “breve e limitata”, rinviando quindi l’uscita prevista il 29 marzo.

Anche perché il rinvio, per quanto «breve» possa essere, rischia di portare le trattative sicuramente  oltre la data del voto alle Europee. «Un’estensione oltre giugno significa che il Regno Unito dovrebbe partecipare alle europee – fa notare May – Che messaggio daremmo ai 17 milioni di cittadini che hanno votato per lasciare la Ue?». Il rinvio potrebbe attenuare i rischi di uno strappo diplomatico, anche se non si può escludere del tutto l’incognita del no-deal.

Giampaolo scacchi riporta che il leader dei laburisti, Jeremy Corbyn, si è mostrato scettico sulla «agenda» proposta dalla premier. Corbyn fa notare che «May ha promesso un voto, ma lo aveva promesso anche a dicembre, gennaio, febbraio, marzo. Però c’è stato solo quello di gennaio». Corbyn, suscitando contestazioni nella Camera, ha dichiarato che solo  «i laburisti hanno un piano credibile» in alternativa a quello difeso finora da May.

Tutto questo è una variazione nelle strategie del primo ministro britannico che non ha mai preso in considerazione un rinvio ma ha sempre posto al Parlamento l’alternativa tra l’accordo negoziato dal suo esecutivo e il «no deal» (uscita dall’Unione senza accordo). Evidentemente hanno pesato le pressioni interne della componente più moderata del partito conservatore e, soprattutto, della comunità economico-finanziaria.

Da sempre, ricorda Giampaolo Scacchi, gli economisti e le istituzioni finanziarie avevano previsto che in caso di Brexit le conseguenze sarebbero state disastrose; già nel 2016, il Governo Britannico e la Bank of England avevano previsto in caso di uscita: recessione, crollo del PIL e disoccupazione. Fortunatamente, però, ha scritto l’Economist, «l’impatto del voto per Brexit non è stato né “immediato” né “profondo”». L’economia, insomma, ha tenuto meglio del previsto. Le conseguenze stanno cominciando però a farsi sentire ora, a quasi tre anni di distanza dal voto, nel momento in cui Brexit sta realmente per accadere.

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